Psicologia del miope.

Viste le diverse cause della miopia e i mezzi che la scienza e la tecnologia hanno messo a disposizione dei medici oftalmologi per contrastare al meglio questo importante difetto della vista, non va trascurato il riflesso psicologico che la condizione di miope esercita, e soprattutto esercitava, su chi ne era colpito, particolarmente in giovane età e in forma grave.
La miopia è stata considerata per secoli una malattia invalidante e chi ne era affetto trovava già in casa le prime difficoltà, anche solo a spiegare bene cos’avesse e quali fossero i suoi problemi. Perché è facile dire “non ci vedo bene”, ma se la risposta è “sarai stanco”, il problema non viene certo risolto. Se poi le ripetute richieste non vengono ascoltate, allora è facile che il problema si trasformi in uno stato d’animo melanconico, sovente anticamera della depressione.
È difficile per un miope descrivere la sua condizione, specialmente se è molto giovane. In primo luogo si vergogna d’avere qualcosa in meno rispetto agli altri proprio negli anni in cui la competizione fisica comincia a fremere nell’animo e spinge al confronto con gli altri. Poi perché è lui stesso a non capire cosa gli accade esattamente e perché. E’ una fase delicatissima che avviene di solito a cavallo dei primi anni scolastici e che richiede molta attenzione da parte dei genitori e degli insegnanti, perché potrebbero confondere la miopia con svogliatezza ed aggravare pertanto il senso di colpa e d’impotenza del ragazzo. Un ragazzo che deve già affrontare lo scherno e la derisione dei suoi compagni, i quali solitamente non risparmiano lazzi a chi non riesce a leggere bene quanto è scritto alla lavagna o deve avvicinare il libro al naso per vedere.
Quando poi la miopia è particolarmente elevata e richiede l’uso di antiestetici occhiali, con lenti particolarmente spesse, il contraccolpo psicologico si aggrava e la reazione è una chiusura a riccio del soggetto che un po’ viene isolato, un po’ si autoisola, e vive comunque la sua condizione come una menomazione dalla quale bisogna a tutti i costi farlo uscire con tanta pazienza ed eventualmente anche con l’aiuto molto discreto della psicoterapia o di un oculista intelligente e aperto che trasformi il difetto in curiosità.
Col passare degli anni, le lenti a contatto prima e un intervento di chirurgia rifrattiva poi, quando il difetto visivo si sarà stabilizzato, riconcilieranno il miope con la sua vista e i suoi occhi, dei quali potrà finalmente godere tutte le capacità e potenzialità che prima, da ragazzo, gli erano negate.
Anche nell’adulto la miopia è causa di problemi. Da un punto di vista psicologico, le ripercussioni sull’adulto sono talvolta più pesanti. Basta riflettere sull’importanza che lo sguardo ha assunto nella vita sociale, per comprendere come un paio di lenti spesse che isolino il nostro sguardo da quello degli interlocutori, ci priva di una delle più importanti armi psicologiche delle quali disponiamo. Con gli occhi si asserisce e si nega, si conquista e si minaccia, si provoca e si seduce, si fa l’amore ben prima che si riesca a tradurre in azione l’intenzione dell’animo.
Un miope grave che si renda conto d’essere privato di una delle sue armi principali può veramente cadere in una grave depressione, una volta che si sia reso conto di non poter esercitare più (o di poterlo fare solo in parte) quel diritto alla gerarchia sociale che uno sguardo sicuro può assegnare e un paio di lenti spesse rendere impossibile.
Il miope elevato si sente escluso dai rapporti interpersonali, che possono significare non solo una posizione di rilievo nella società, ma anche la conquista di una donna. Anche gli adulti, quindi, potrebbero essere costretti a ricorrere alla psicoterapia. Questa in alcuni casi è necessaria, ma il rimedio migliore rimane la possibilità di ricorrere ai numerosi strumenti moderni che, eliminando gli antiestetici occhiali, ridanno fiducia e qualità della vita.(Da “La vista umana”)
Articolo a cura del Dr. Lucio Buratto
Oculista in Milano presso CAMO S.p.A.

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