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Cheratocongiuntivite secca (C.C.S.) una controindicazione alla chirurgia laser.

La cheratocongiuntivite secca (C.C.S.) è una patologia che coinvolge tutte le strutture oculari che coinvolgono in maniera diretta o indiretta la qualità della lacrima.
Syogren (noto medico che si è occupato di disfunzioni lacrimali) nel suo lavoro fondamentale ha indicato che nei pazienti affetti da C.C.S. l’ occhio era ancora umido; altri studi hanno dimostrato che il volume medio di lacrime in una popolazione con C.C.S. è del 25% in meno rispetto a quello di soggetti normali.
La domanda è quindi quale è il preciso meccanismo che porta ai danni su cornea e congiuntiva.
Henderson rivedendo i risultati ottenuti su un gruppo di pazienti affetti da C.C.S. a cui era stato chiuso in maniera chirurgica il canalino lacrimale al fine di aumentare il volume della lacrima sulla superficie oculare valutò che il 67% dei pazienti non presentava miglioramenti della sintomatologia soggettiva ed obbiettiva.
E’ inoltre noto che la C.C.S. può essere secondaria ad alterazioni qualitative del fluido lacrimale, in questi casi la secrezione delle lacrime rimane normale.

Il primo ad azzardare l’ ipotesi che i problemi dati dalla C.C.S. potessero non essere legati alla diminuzione del volume lacrimale fu Balik che nel 1952 provò a suggerire che le patologie corneo-congiuntivali fossero spiegate da un aumentato volume di cloruro di sodio nelle lacrime.
Nonostante Balik non riuscì a dimostrare la sua ipotesi non fu scartata e venne ripresa in considerazione 25 anni dopo: utilizzando tecniche che non stimolassero la lacrimazione riflessa (analizzando quindi la lacrima prodotta in condizioni normali) si è visto che la concentrazione di cloruro di sodio era più alta del normale.
Nel 1983, utilizzando un evaporimetro lacrimale, strumento che misura il tasso d’ evaporazione dell’ acqua dal film lacrimale, si è visto che in un soggetto con C.C.S. la velocità di evaporazione è quasi del doppio; associata questa condizione ad una pur lieve ipo-secrezione della ghiandola lacrimale si riesce a spiegare una concentrazione molto alta di cloruro di sodio.
La lacrima iperosmotica (con alta concentrazione di cloruro di sodio) a contatto con l’ epitelio corneale crea una sofferenza delle cellule che possono andare incontro a degenerazione , distrofia e quindi morte. Questo perché un qualsiasi liquido iperosmotico attira l’ acqua dalle strutture circostanti. Nel nostro caso la lacrima “prende” l’ acqua dalle cellule dell’ epitelio della cornea e della congiuntiva che disidratandosi vanno incontro a degenerazione.
L’ iposecrezione della ghiandola lacrimale influisce solo sulla porzione di cornea e congiuntiva che va incontro allo sviluppo di patologie: Sjogren ha notato infatti che nei pazienti in cui la ghiandola funzionava in maniera normale la porzione di cornea e congiuntiva danneggiata erano solo i 2/3 inferiori (quelli non coperti costantemente dalle palpebre) il terzo superiore in cui la presenza della palpebra superiore rallentava l’ evaporazione e inoltre era a stretto contatto con la lacrima appena secreta dalla ghiandola non presentava danni.

Ad oggi le terapie delle malattie da Disfunzione Lacrimale sono per lo più dei palliativi in quanto non sono in grado di controllare i meccanismi fisiopatologici responsabili del danno alla superficie oculare.
La terapia ideale per questa patologia dovrebbe riuscire sia a ristabilire il volume lacrimale sia a controllare l’ evaporazione della lacrimale.
Le opzioni terapeutiche comprendono la possibilità di aumentare la quantità di lacrima evaporata troppo velocemente con le lacrime artificiali o la possibilità di conservare la produzione di lacrime o almeno alcune sue componenti al fine di ridurre lo stato infiammatorio sempre associato all’ occhio secco.

(Da Ottica Fisiopatologia)